IL “VA’, PENSIERO” DI GIUSEPPE VERDI: Intervista all’autore di “Cristianaggini”


Giuseppe Verdi, Giuseppe Verdi, Interviste, Uncategorized / martedì, settembre 11th, 2018
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WR: Partiamo dal tuo nome. Giuseppe Verdi. Per quale motivo i tuoi genitori hanno deciso di utilizzare il medesimo nome di uno dei più importanti compositori di opere liriche? C’è qualcosa che ti lega a questo personaggio?

GV: Lo dico sempre a tale proposito che è un onere e un onore. In realtà i miei genitori non pensavano al famoso musicista e compositore quando mi hanno dato questo nome, ma furono semplicemente rispettosi di una tradizione che all’epoca (ti parlo dei primi anni ’60) era ancora molto radicata, vale a dire l’usanza di dare a un bambino il nome del nonno paterno (cosa che forse valeva in misura un po’ minore per le bimbe). Ebbene, il nonno si chiamava Giuseppe, era figlio unico e a lui sì che i miei bisnonni avevano dato il nome Giuseppe per una immensa passione musicale nei riguardi di Verdi.
Quindi diciamo che mi ritrovo con questo nome illustre per una scelta fatta dai miei solo in base a una tradizione e non in quanto fan (per così dire) di Giuseppe Verdi. Tuttavia sono cresciuto ascoltando tanta musica classica, in quanto i miei genitori ne erano comunque cultori e mia madre stessa aveva studiato pianoforte.
In tutto questo, c’è stato poi chiaramente anche il risvolto divertente, vale a dire le battute che mi prendevo ogni volta che qualcuno sentiva il mio nome e certe situazioni spassose nelle quali ho dovuto tirare fuori i documenti per dimostrare che non scherzavo. La domanda classica era ovviamente “C’è una parentela con il musicista?”. E così dovevo spiegare. Probabilmente sì, qualche antenato comune, ma non ho mai fatto ricerche al riguardo.
Tutt’oggi, si è creata la bizzarra situazione per cui, se andate ad esempio sul sito di IBS e cercate “Giuseppe Verdi”, vengono fuori sia i miei libri che le opere del musicista e, tra i titoli più venduti, trovate i libretti d’opera del mio famoso omonimo insieme a “Cristianaggini”, tanto per dirne una…
Figuratevi che in una recensione su Amazon hanno scritto “ma non è quel Giuseppe Verdi, vero?”.

Qualche anno feci una pubblicità per il club Acli che cercava nomi illustri, ho conosciuto un Marco Tullio Cicerone, un Dante Alighieri, un Giuseppe Mazzini e tuttora il sindaco del paesino di mio padre si chiama Giovanni Verga. Quando ci siamo presentati è stato abbastanza singolare.

WR: Cosa ci dici della tua infanzia? Hai ricevuto tutti i sacramenti? Ti sei sposato in chiesa? Quale è stato il momento in cui hai aperto gli occhi?

GV: Parliamo di anni 60. Sono cresciuto nella classica famiglia formalmente cattolica, nel senso che andare a messa e prendere i sacramenti erano visti più che altro come doveri e gesti da compiere per l’occhio sociale e per conformismo. Come accade quasi sempre, non c’era una convinzione intima in merito a questo o quel principio evangelico quale potrebbe essere il perdono, l’amore per il prossimo o la rinuncia a qualcosa di proprio, cioè tutto quello che la chiesa propagandava.
Considera poi che mia madre ha fatto medie e superiori in collegio dalle suore, esperienza che purtroppo l’ha segnata in negativo in maniera indelebile, portandola ad accettare un ruolo di moglie sottomessa e madre, anche se devo dire con consapevolezza e rassegnazione, perché era comunque un’insegnante e una persona intelligente e colta, che conosceva la storia meglio di un docente universitario. Pensate che aveva a casa più di 2000 libri di storia. Però dal punto di vista della religione quella era la realtà dell’epoca.
Da parte mia, ho da sempre avvertito una certa insofferenza la religione, percependola come un’imposizione e sentendo, a pelle, che qualcosa non quadrava.
Ricordo che a mia nonna, che mi assillava perché andassi a messa, risposi una volta “ma è noioso, dicono sempre le stesse cose” e (vi faccio ridere) quando mi augurò di diventare sacerdote dissi “va bene, ma voglio diventare subito papa”. (risate) Avrò avuto 11-12 anni e oggi, se ci ripenso mi dico che forse non era un’idea malvagia, in quando avrei potuto scardinare il sistema dall’interno…è una battuta, ovviamente.
Per sintetizzare, diciamo che ho fatto la prima comunione e la cresima perché me l’hanno imposto e perché comunque “tutti lo fanno” (come mi veniva detto) e a quell’età pensi comunque più alla festa e ai regali che non a quegl’inutili corsi di preparazione che le parrocchie ti obbligano a frequentare.
Idem per il matrimonio, con tanto di corso di preparazione e celebrato in chiesa più per far contenti tutti che per mio espresso desiderio.
A 30 anni esatti, ebbi una sorta di crisi mistica e decisi di avvicinarmi alla parrocchia. In particolare, mi misi a frequentare un corso per giovani coppie dedicato allo studio del significato della messa nelle sue varie fasi.
Poiché, però, spesso il discorso andava oltre, spostandosi su Gesù, sulla Bibbia ecc., in breve emersero quei dubbi che erano stati latenti fin dall’infanzia e alla fine quel tentativo di avvicinarmi alla fede si risolse in un boomerang o in quella che mi piace chiamare “illuminazione alla rovescia”.
Mollai la parrocchia (con grande disappunto del prete, ovviamente) e cominciai a documentarmi per conto mio. Da questo punto di vista, sono stati decisivi due autori: Bertrand Russell con i suoi saggi sulla religione e Karlheinz Deschner con la sua “Storia criminale del cristianesimo”.
Dal 2003 circa, questa svolta si è trasformata in studio appassionato e nel giro di una decina di anni mi ha portato a realizzare le mie prime pubblicazioni.
Ultima cosa, ma non meno importante, nel 2007 mi sono sbattezzato, con il chiaro intento di cancellare i sacramenti e sentirmi veramente e definitivamente fuori dal cattolicesimo. Questa è stata la mia parabola.

giuseppe verdi . cristianaggini -uno editori -laura fezia - mauro biglino

WR: Parlando di matrimonio, mi incuriosisce il corso preparatorio. Che cosa viene spiegato? Quali sono le tematiche?

GV: Premetto che non so se a distanza di circa trent’anni le cose funzionino allo stesso modo. Comunque all’epoca si era obbligati a seguire una decina di incontri nei quali si parlava di matrimonio dal punto di vista solamente religioso, come sacramento, rimanendo nell’ambito dei principi cattolici. Ricordo che ci furono un paio di incontri al consultorio, però evidentemente ci capitò un medico di estrazione cattolica che ci parlò dei modi in cui fare i figli e non di come non farne, c’era ancora il tabù della contraccezione. A distanza di tempo lo ritengo una perdita di tempo. Quei corsi sono l’ennesimo tentativo di indottrinamento. Una volta feci anche da padrino al battesimo di una bambina; credetemi, i genitori erano al quarto figlio e dovettero sorbirsi il corso preparatorio per la quarta volta!

WR: Giuseppe, ma questi corsi bisogna pagarli?

GV: No, all’epoca no. Neanche oggi, secondo me rientra tutto nel fine di “mantenere la presa” sulla gente.

Poi paghi il matrimonio.

Sì, nel senso che fai un’offerta, teoricamente libera. Se tornassi indietro, farei un matrimonio civile con massimo 25 persone.

WR: Tu hai due figli, giusto? Come li hai educati?

GV: Esatto. I ragazzi sono nati dopo la mia “crisi” religiosa, quando ero già non credente. Ma sempre nell’ottica di fare contenti i parenti, sono stati battezzati. La cosa è finita lì, non hanno fatto più niente, perchè abbiamo deciso di lasciarli liberi. I ragazzi hanno deciso autonomamente di non fare nient’altro.

WR: Salvati giusto dal limbo?

GV: (risata) Già, adesso mi aspetto che si sbattezzino. Non sono credenti né atei, come molti ragazzi della loro generazione non si pongono proprio il problema.
Comunque, per inciso, visto che ne parlo in “Cristianaggini”, è bene sapere che di recente la chiesa….ha abolito il limbo!

WR: In che cosa credi?

GV: Farei una distinzione di natura semantica.
Per un cristiano, come per un ebreo o un musulmano, “credere” significa avere fede e, quindi, accettare certe verità (anzi, faremmo meglio a parlare di dogmi) in maniera acritica, in quanto ritenute di origine divina, o presenti nelle cosiddette “sacre scritture”.
Per un non credente, invece, “credere” significa più correttamente “pensare”, “essere convinto che”, anche con un grado di certezza elevato, ma senza mai cadere a propria volta nel fideistico e quindi rimanendo sempre pronti a cambiare opinione e riconoscere di avere sbagliato, se viene dimostrato l’errore.
Per capirci, il credente risponde alle obiezioni dicendo ad esempio “non cambio idea nemmeno morto, se sto sbagliando preferisco morire sbagliando”, oppure “sì, la chiesa ha fatto degli errori, ma il messaggio di Gesù è altra cosa”.
Il non credente, invece, non cade e non deve cadere in quest’eccesso e deve essere sempre pronto al confronto, forte del fatto che la ricerca in campo storico, archeologico e documentale è dalla sua parte, quindi potrà sempre mettere all’angolo il credente sulla base di dati certi e incontrovertibili, anche se molto difficilmente lo farà spostare di un solo millimetro dalle sue posizioni, che sono frutto dell’indottrinamento.
Questa, almeno, è la mia idea.
Ecco perché non accetto la critica di chi sostiene che anche un ateo, in fondo, è un credente.
Al contrario, siamo su posizioni opposte. L’ateo è tale in quanto non crede in un’entità superiore.
In tal senso, ecco, forse è vero che il termine “ateo” non è il massimo, in quanto il significato di “senza dio” implica comunque Dio come termine di riferimento.
Penso che sia più che sufficiente e preferibile dichiararsi “non credente”, espressione che eviterebbe a monte di sentirsi dire “anche voi atei in fondo siete dei credenti”.
Tornando alla domanda, in che cosa credo?
Sarò banale, ma credo nell’essere umano, nella ragione, nella nostra capacità di essere onesti e tolleranti senza bisogno che a dircelo sia una religione, tanto più che culti come quello cattolico e musulmano sono stati la quintessenza della violenza e dell’intolleranza e quindi i loro esponenti dovrebbero solo tacere quando si parla di libertà, amore per il prossimo, solidarietà e così via.

WR: Ti sei mai avvicinato ad altre religioni?

GV: No, assolutamente no. Non ho mai approfondito. Mi è bastato studiare la storia del Cristianesimo per evitare con la massima attenzione le altre religioni. Ora sto lavorando sull’Islam, ma si tratta sempre di un interesse di natura storica e antropologica.

WR: Lavorando, in che senso?

GV: Nel senso che il terzo volume della “Commedia Divina” sarà dedicato all’Islam.

WR: Parliamo allora di questa trilogia, “La Commedia Divina”; puoi spiegare ai lettori l’intento del tuo straordinario lavoro il cui titolo evoca Dante e il suo poema allegorico? Come nasce questo progetto? Sono stati autopubblicati?

GV: In realtà furono pubblicati inzialmente tre volumetti con l’editore Tempesta. La cosa è andata così: io avevo già pronta l’opera, però l’editore giudicò il lavoro troppo voluminoso. Mi chiese di estrarne un paio di argomenti che voleva lanciare in una collana, “quaderni laici”. Ne nacque un volumetto sulle reliquie, “Santi Pezzi. Le reliquie cristiane tra orrore e affari”, e uno sulle persecuzioni dei cristiani, “Amorevoli Boia. Dal mito dei martiri cristiani alle persecuzioni vere della Chiesa”.

WR: Significativi i titoli.

GV: Sì, soprattutto il secondo, che l’editore mi lasciò libero di ideare.
Anche “Cristianaggini” è stato pubblicato in principio con l’Editore Tempesta. Successivamente, visto che le politiche editoriali non sempre collimano con il tipo di lavori realizzati, ho preferito produrre in proprio la “Commedia Divina”, un volume di oltre 600 pagine non a caso sottotitolato “viaggio nelle falsificazioni cristiane”.
È stato proprio il buon successo di questo lavoro che, insieme all’invito di Laura Fezia (che ringrazierò sempre), mi hanno spinto a contattare Uno Editori e a proporre loro la “Commedia”, che è stata pubblicata in versione riveduta e corretta e scissa in due volumi. Nel frattempo l’anno scorso ho riacquistato i diritti di “Cristianaggini” e l’ho ripubblicato con Uno Editori con l’aggiunta di nuovi capitali. A Prabhat Eusebio è piaciuto e ci teneva in maniera particolare a pubblicare questo lavoro.
Per quanto riguarda la “Commedia Divina” è un titolo che, evocando il poema di Dante e invertendone i due termini, vuole richiamare l’attenzione sul fatto che l’intero edificio cristiano è fabbricato in gran parte sulla fiction, vale a dire su racconti e ricostruzioni inventati o alterati, e che una volta affermatosi, il cristianesimo ha continuato ad affastellare menzogne su menzogne, inventando ad esempio i martiri e le reliquie, falsificando un’enorme quantità di documenti (si pensi solo alla Donazione di Costantino), inventando dogmi privi di ogni base biblica.
Questa “commedia”, fra l’altro, continua fino ai giorni nostri, se pensiamo che i resti di san Paolo sarebbero stati ritrovati nel 2009, o che la madonna è stata dichiarata assunta solo nel 1950, o che la Sindone continua a essere venerata come reliquia della passione di Gesù in barba a ogni evidenza scientifica.
L’opera si suddivide al momento in due parti.
La prima è “La truffa del popolo eletto” e spiega passo passo perché non c’è mai stato nessun Abramo, nessun Isacco e nessun Giacobbe, perché l’esodo, la conquista della terra promessa e il grande regno di Davide e Salomone sono solo propaganda politico-religiosa messa in atto a distanza di secoli e, quindi, perché l’Antico Testamento è tutto fuorché sacra scrittura.
Il secondo volume, “La creazione di Gesù e del Nuovo Testamento”, fa il medesimo lavoro di decostruzione, questa volta sul cristianesimo, mettendo in evidenza quanto evanescente sia la figura del Gesù dei vangeli, quanto poco sapessero di lui gli autori cristiani fino al II secolo inoltrato e quanto inattendibili siano i vangeli, per concludere dimostrando, sulla base della Bibbia stessa, quanto sia artificioso il preteso nesso di collegamento tra Antico e Nuovo Testamento.
Il terzo volume, la cui uscita è prevista il prossimo anno, parlerà inevitabilmente dell’Islam, a completare la trattazione delle tre grandi religioni monoteiste, naturalmente con il medesimo taglio critico e a tratti dissacrante.

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WR: Quanto tempo ti ci è voluto per scrivere i primi due volumi?

GV: Una decina di anni. Erano mie sentesi, miei appunti presi durante il lavoro di ricerca. Poi un bel giorno, mi sono chiesto: “Perchè non pubblicare qualcosa?” Questo spiega anche la portata dell’opera in termini di pagine.

WR: Ho una curiosità. Hai detto che Abramo, Isacco, ecc. sono un’invenzione, dico bene? Quindi, come consideri il lavoro di Biglino che comunque va ad eseguire delle traduzioni a cui seguono delle tesi?

GV: Mea culpa, non ho letto le opere di Mauro, per quanto lo conosca di persona, e la paleoastronautica mi attira fino a un certo punto. Io ti posso dire che ci vedo un possibile fondamento di verità. Prima di conoscere Mauro, mi è sempre balenato nella mente che il genere umano potesse essere un esperimento genetico. Mentre però Mauro va a indagare quella che potrebbe esssere l’origine dell’essere umano, io mi interesso dell’uso che è stato fatto dei racconti da una certa classe politico-sacerdotale. Non penso quindi che ci sia un conflitto tra ciò che dico io e ciò che dice Mauro.

WR: Direi proprio di no.

GV: Devo aggiungere che l’editore in questo senso ci lascia moltissima libertà. Fuori dai confini della Uno è diffusa la convinzione che per entrare a farne parte si debba per forza condividere il pensiero e le teorie di Mauro, essere un “bigliniano”. Non è assolutamente così. La presenza non solo mia ma anche di autori come Stefania Tosi o Laura Fezia, che hanno un approccio storico-documentario, lo dimostra.

WR: Parliamo allora di questa grande famiglia: il gruppo editoriale Uno. Come percepisci quest’unione? Sei consapevole dello straordinario lavoro che stai svolgendo insieme a tutti quei ricercatori che stanno sempre più rendendo le persone libere?

GV: Lavoriamo nel nostro piccolo e penso che quello che stia facendo la Uno Editori sia davvero qualcosa di molto coraggioso, che si sta allargando ad altre nazioni e che si diffonderà sempre di più. Potrebbe, come già sta facendo, aprire le coscienze. Alla fine di una conferenza a Milano, una persona disse a Mauro: “Lei è un risvegliatore di coscienze”. Penso che tutti noi lo stiamo facendo. Perlomeno il mio scopo è questo. Come scrivo nelle presentazioni dei miei libri, voglio divulgare e fare arrivare alla gente in maniera quanto più ampia possibile quello che è stato taciuto per secoli, fare aprire gli occhi e mostrare loro che non è come dicono da 2000 anni. Le cose stanno in maniera ben diversa. In questo la Uno sta facendo un lavoro straordinario, è un piacere e un onore farne parte.
Per rispondere alla seconda domanda, sì, sono perfettamente consapevole del lavoro che, grazie a Uno Editori, io e altri ricercatori stiamo conducendo per rendere la gente libera dalle pastoie che ci hanno tenuti legati per secoli, e mi riferisco ovviamente soprattutto al cattolicesimo.
Ne sono consapevole e ne ho frequente riscontro, perché sono davvero tanti i lettori che mi contattano e mi ringraziano per quello che pubblico, così come succede a tutti i miei “compagni di cordata” di Uno Editori.

WR: Che ruolo ha lo storytelling nella nascita di una religione e di una fede? Perché secondo te l’uomo sente così la necessità di dovere credere a qualcosa e per quale motivo ci sono storie che ci convincono più di altre?

GV: Credo che lo storytelling sia decisivo nella genesi di una religione, perché consiste nella capacità di coinvolgere il proprio mittente raccontando un messaggio come fosse una storia.
L’arma della narrazione è stata sempre usata, infatti, non solo per tramandare conoscenza, ma anche per convincere della bontà delle proprie posizioni o anche solo per trasmettere insegnamenti in maniera più appetibile.
Prendiamo il cristianesimo.
I vangeli e le loro parabole non sono altro che storie la cui utilità è quella di diffondere gli insegnamenti della religione cristiana, quindi una primitiva quanto efficace forma di storytelling ante litteram.
Perché l’uomo sente così la necessità di credere a qualcosa e perché certe storie convincono più di altre?
Credo che una possibile risposta sia che credere, nel senso fideistico di cui parlavamo all’inizio, anche in un’era tecnologica come la nostra, rimanga il modo migliore per spiegare ciò che al momento non è ancora spiegabile, in quanto ci evita di ragionare/studiare e ci porta direttamente alla spiegazione, che però, con questo metodo, è del tutto aleatoria e di natura inevitabilmente trascendente, quindi indimostrabile.
Se poi alcune storie convincono più di altre, le ragioni sono legate al contesto storico e culturale e all’abilità di chi le “lancia” sul mercato. Ad esempio, le storie dei patriarchi ebrei poterono attecchire solo durante l’esilio dei giudei in terra babilonese, la storia di Gesù poté attecchire solo con la caduta di Gerusalemme e la fine del messianismo davidico, e infine la storia di Maometto e della sua attività profetica poteva attecchire probabilmente solo nel VI secolo e nel contesto sociale e religioso dell’Arabia di quell’epoca.
Sono temi che, fra l’altro, tocco nei due volumi della mia “Commedia Divina”.

WR: Penso che lo storytelling e la persuasione sia presente anche nelle immagini, qui nel Biellese vi sono molti Sacri Monti, e quando li si percorre, l’immagine e gli affreschi all’interno delle cappelle evocano una storia e portano il pellegrino più vicino al messaggio. Perchè secondo te le persone sono ancora così persuase nel credere a queste immagini o si rivolgono ad una statua, nonostante ormai l’astrazione e l’era digitale ci porti ad una sorta di liquidità, riprendendo il concetto del filosofo Bauman?

GV: Perché ti abbrevia la strada. (risate) Ti mette davanti a un oggetto completo, ti evita di leggere la storia e fa sì che il fedele non vada a esaminare i testi. Meglio inginocchiarsi dinnanzi alla statua perchè così è stato insegnato, è più “facile” ed evita alla chiesa che tu vada a documentarti e scopra che quel dogma non ha basi bibliche.

WR: Alla chiesa cattolica piace giocare con le parole, nel vangelo di Matteo nel versetto 4:10 vi è scritto: “il Signore tuo adorerai: a lui solo renderai il culto” . Per poter consentire il culto dei santi la chiesa ha dichiarato che non si tratta di un’adorazione ma di una “venerazione rispettosa”. La stessa cosa accade per il sacerdozio, il ministro di Dio fa voto di celibato, quindi per servire al meglio la chiesa non può sposarsi ed avere figli, ma non li obbliga al voto di castità, quindi non vi è alcun divieto a copulare. Tu cosa ne pensi di questi trucchetti che vengono messi in atto?

GV: Penso semplicemente che rientra tutto nel “predica bene e razzola male” che a mio avviso è l’espressione che meglio fotografa il modus operandi della chiesa nel corso di tutta la sua storia.
Sono appunto giochi di parole, anzi voli pindarici e abili costruzioni dialettiche (nelle quali eccellono i gesuiti), grazie a cui la chiesa ha potuto porre divieti o paletti e, al tempo stesso, aggirarli per interessi di natura economica o di propaganda.
Tu hai citato il culto dei santi e l’obbligo di celibato del clero.
Esempi perfetti.
Il culto dei santi, infatti, rende moltissimo e crea folle di fedeli sottomessi.
L’obbligo del celibato consente alla chiesa di gestire meglio il sacerdote, che in questo modo non è “distratto” da una famiglia e può fare il pastore a tempo pieno, per non parlare del fatto che spesso egli lascia in eredità i propri beni alla parrocchia, cosa che di certo non accadrebbe se avesse moglie e figli. Quindi, come dicevi tu, che copuli pure, ovviamente con discrezione, ma non si sposi.
Ai tuoi esempi ne aggiungo altri due.
Il culto delle immagini: la chiesa cattolica ha furbamente eliminato il secondo comandamento ebraico (“non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”); perché? Perché il culto delle icone rende.
Ancora, le reliquie. La chiesa ne consente la venerazione ma non ne dichiara mai l’autenticità. In questo modo, si assicura una volta di più introiti e pellegrini ma non prende posizione su manufatti assolutamente fraudolenti.
Quindi sì, è giusto parlare di trucchi messi in atto nel proprio esclusivo interesse.

WR: Esiste il detto “il prete predica bene ma razzola male”, ed effettivamente la storia, e la cronaca spesso e volentieri ci raccontano dei peccati, alcuni anche capitali, che gli uomini di chiesa commettono. Secondo te è perché neanche loro credono a ciò che predicano?

GV: Probabilmente la stragrande maggioranza dei seminaristi intraprende con entusiasmo sincero la strada verso il sacerdozio, mentre poi, con l’età, la maturazione e la riflessione, subentra il disincanto e si continua a fare il prete perché lasciare l’abito talare è considerato un’onta, oltre a mettere l’ex sacerdote nella non facile condizione di doversi trovare un lavoro.
Poi, secondo me, ci sono quelli che intraprendono la carriera ecclesiastica già senza avere fede, perché vi vedono la prospettiva di una vita facile, arrivano da famiglie altolocate, o perché sono ambiziosi, o magari per desiderio di potere.
Come spiegare, altrimenti, la presenza di vescovi e cardinali che possiedono ricchi immobili e dispongono di cospicue somme di denaro, spesso lanciandosi in operazioni finanziarie al limite del legale, se non illegali?
Guardando all’attico del cardinale Bertone o allo stile di vita di tanti prelati, come non pensare, almeno per un attimo, che siano più atei di me e tanti altri miscredenti messi insieme?

WR: Cosa ne pensi della new age, dei vari corsi di risveglio che vengono proposti in molte associazioni, dei guru? Perchè questo fiorire di spiritualità a tutti i costi? Hai mai seguito alcuni di questi corsi?

GV: No, non ho mai seguito nulla. Probabilmente è una prima forma di delusione nei confronti delle religioni tradizionali. Non so come la vediate voi, ma la ritengo una forma di regresso. Mi aspetterai che dal declino delle religioni, la gente andasse un po’ più incontro alla verità. Rispetto le scelte degli altri. Il rischio è però quello di ritrovarci nuove forme di religione.

WR: Mi ha incuriosito un elemento. Noi siamo a conoscenza che papa Bergoglio sia un gesuita. Mi è parso di leggere che i gesuiti per statuto non possono diventare papi. Ne sei a conoscenza?

Ho letto anch’io questa cosa ma non ho approfondito. Sarebbe da approfondire. Non so se la Chiesa possa passare sopra, sicuramente da verificare.

WR: La pedofilia sembra essere per la Chiesa Cattolica un enorme cancro che la divora dall’interno. Abbiamo letto a tale riguardo che stai compiendo delle ricerche in merito e che uscirà un libro co-scritto con Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso. Nell’Antico Testamento (Numeri 31,17), YHWH comanda a Mosè: “or dunque ucciderete ogni maschio tra i fanciulli, e ogni donna che ha avuto relazioni carnali con un uomo” e in 31,18 aggiunge: “ma tutte le fanciulle che non hanno avuto relazioni carnali con uomini, serbatele per voi”.
Leggendo questo passo la pedofilia non solo sembrerebbe giustificata, ma addirittura praticata, cosa ne pensi?

GV: Fondamentalmente, era la prassi bellica dell’epoca:
1. Eliminare i guerrieri nemici e le donne potenzialmente incinte, evitando che procreassero altri futuri nemici
2. Tenere per sé le donne vergini come schiave o concubine, dunque come vero e proprio bottino di guerra.
È chiaro che, tenendo presente la mentalità del tempo, in quella descrizione non è azzardato vedere anche bambine e adolescenti. D’altra parte, non mi sorprendo, perché la pedofilia legalizzata sopravvive ancora oggi in alcune aree del mondo, se pensiamo al fenomeno delle spose bambine.
I cattolici e i meno cattolici tendono sempre a sottolineare che l’Antico Testamento è superato. Quando metto in evidenza quanto sia spietato e crudele il Dio dell’Antico Testamento e come possa collegarsi al messaggio del Nuovo, allora loro rispondono che con Gesù Dio ha assicurato una nuova allenza, l’Antico Testamento è superato e va ricondotto al contesto della sua epoca. Ma non rispondono al perchè Dio consentisse tali pratiche e violenze.
Non credo che la pedofilia nell’animo di chi la commette cerchi una giustificazione nei passi evangelici. Secondo me, si entra nella chiesa già con una tendenza. Pochi giovani avvertono una forma di pedofilia latente e magari entrano nella chiesa convinti di potere resistere, allontanarsi dalla tentazione e invece poi con il passare del tempo ci cascano. Purtroppo le statistiche e alcuni dati dicono chiaramente che l’incidenza percentuale nel sacerdozio non solo cattolico ma cristiano è più alta rispetto ad altre figure che hanno a che fare con i bambini. Pensate al caso australiano che corrisponde al 7%. Come sottolinea Francesco Zanardi mentre il pedofilo laico viene beccato dopo una, due o tre volte, il prete passa la vita impunito, abusando di decine o centinaia di bambini, quindi la pedofilia in questo caso è seriale, il che porta l’incidenza dei casi a livello drammatico.
Si tratta di una battaglia che ho intrapreso. Ho un rapporto di grande amicizia con Francesco Zanardi, Presidente della Rete di sopravvissuti alle molestie del clero in Italia, “L’Abuso”, che da anni si batte contro il fenomeno, e abbiamo in programma un libro che non sappiamo ancora se sarà in forma di saggio o di intervista in cui analizzarremo il fenomeno e parleremo di episodi e di aspetti sui quali c’è meno attenzione, ad esempio le conseguenze del trauma psicologico a carico delle vittime.

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WR: Molto interessante. Ci stavamo appunto chiedendo in questi ultimi mesi perchè non vi fossero molti libri in merito. Sicuramento è un argomento forte ma deve essere trattato, soprattutto in vista dei recenti fatti che vengono sempre celati e nascosti.

GV: Vi sono dei libri al riguardo, ma sono fondamentalmente libri di indagine-cronaca, vengono raccontati una serie di casi, si sottilinea l’insabbiamento. Noi vorremmo evidenziare il trauma che subisce la vittima, il fatto che la sua vita non possa più tornare alla normalità, nonché certi aspetti del processo canonico, come il fatto che la chiesa non permette di portare l’avvocato o non si decida a considerare la pedofilia un reato, così come l’insabbiamento dei casi per proteggere sé stessa come istituzione. Ho nominato l’Australia perchè lì veramente rischia di saltare il classico coperchio e mi auguro che abbia delle ripercussioni dappertutto. Non sembra, ma questo aspetto rischia di fare un grande danno alla chiesa. Lo sta già facendo, potrebbe essere uno degli elementi assieme alla ricerca della verità che con i decenni li porterà a scomparire. Con la prossima generazione assisteranno a questo risultato, penso che la fine non sia troppo lontana.

 

VR: Li porterà a scomparire o a trasformarsi con un atto camaleontico e quindi a reinventarsi?

Reinventarsi non è facile perchè hanno creato molti dogmi e principi dai quali non possono allontanarsi. Si sono incastrati da soli. Sono loro che si adeguano al progresso civile e non il contrario. Invece dovrebbe essere la chiesa a fare da guida. Ancora oggi la chiesa dice no al testamento biologico, dice no alla contraccezione, perchè non può cambiare posizione. Il papa non può alzarsi la mattina e dire “abbiamo scherzato”. Non riesco a intravvedere l’entità di questo camaleontico cambiamento, se non nel cambiare completamente, nell’inventarsi una nuova religione. Se continuano in questo modo, il destino li porterà a scomparire come è avvenuto per molti religioni del passato. Credo che il tempo abbia un inizio e una fine per tutti. Me lo auguro. Se poi resisteranno all’infinito, bisognerà fargli i complimenti e rattristarsi allo stesso tempo. Ciò significherà che la gente non è in grado di liberarsi autonomamente.

WR: Parliamo di social network. Ti seguiamo su Facebook e spesso notiamo che nascono diatribe in merito agli argomenti che affronti. Qual è il tuo rapporto con i social network? Come vivi il tuo lavoro da scrittore autore di libri anti-clericali? Trovi astio?

GV: Sì, ho trovato astio. Ricevo a volte messaggi del tipo “sei un miscredente!”, “finirai all’inferno!”, e con il libro sull’Islam mi aspetto di peggio. Scherzando ho detto a Prabhat: “I rischi te li prendi assieme a me e la scorta la paghi tu”. (risate) Leggevo nell’intervista con Laura Fezia (e vi ringrazio per avermi citato) che lei è una di quelle che non da più retta al credente incattivito, io sto ancora a divertirmi. Lo faccio solo perchè mi diverto. Non sto dietro ai vari gruppi, non ho né il tempo né la voglia, anche perchè il 99% sono irrecuperabili (risate). Mi prendo la responsabilità di quello che dico.
Tornando alla domanda sui social network, io uso solo Facebook.
Per quanto se ne dica, io devo tanto a Facebook.
Sento tanta gente parlarne malissimo, ma a mio parere tutto dipende dall’uso che se ne fa, come credo valga per molte altre cose.
A me, ha consentito di conoscere tante belle persone, alcune delle quali ho conosciuto anche di persona, nonché tanta gente con idee affini alle mie. Soprattutto, Facebook mi ha consentito di entrare nel mondo dell’editoria e di acquisire visibilità. In fondo, è grazie a Facebook se oggi posso pubblicare i miei libri, tenere le mie conferenze e fare quest’intervista!

WR: Anche tu, come Mauro Biglino, hai trovato qualcuno che scredita le tue teorie scrivendo sui vari gruppi di Facebook? Anche tu hai trovato un personaggio che si è accanito contro di te?

GV: Non qualcuno in particolare, anche perchè l’approccio di Mauro si presta più agli attacchi, come ipotesi sono suscettibili di essere criticate nelle basi storiche o archeologiche. Io non ho trovato un “contestatore” in particolare. In generale, a chi sa solo attaccare rimprovero il fatto di prendere tutto questo come una “crociata”e suggerisco di mettersi a sua volta a studiare, anche perché questa tipologia di critici è formata quasi sempre da credenti che non riescono a portare avanti un confronto senza fare ricorso a dogmi e sacre scritture.
In ogni caso, nei gruppi di discussione in cui vi sono credenti e non credenti, ho trovato due o tre personaggi con i quali è possibile ingaggiare battaglie dialettiche senza fine. Non ve li nomino, ovviamente. Magari se dovessero leggere l’intervista, si riconosceranno.

WR: Hai un motto o una citazione che di tanto in tanto ti ripeti o alla quale sei più legato?

GV: Uno è il concetto di Feuerbach secondo cui non è Dio che ha creato l’uomo ma l’uomo che ha creato Dio.
Un’altra, è mia, ed è “Dio è un preconcetto”, nel senso che l’idea di dio è un “bias” che impedisce al credente di prestarsi a un confronto sano e basato sull’oggettività. L’uomo parte dall’idea che Dio ci sia, mentre io dico in maniera forse troppo banale e prosaico, siccome non lo vediamo, io dò per scontato che non esista fino a prova contraria. Molto semplice, ma credo efficace.
Un’ultima è di Aristotele e dice: “la più piccola deviazione iniziale dalla verità si moltiplica, via via che procede, mille volte tanto”. Ecco, questa la applico al cristianesimo, che da una menzogna di partenza (il Gesù dei vangeli) ha proceduto a costruire un castello di falsità che ha ormai quasi del tutto occultato la verità storica, ma che al tempo stesso mi appare fragile come un colosso d’argilla. Ecco, ciò è importante nello studio delle origini del Cristianesimo, perchè il giorno in cui si fosse in grado di dimostrare che il Gesù dei Vangeli è una finzione letteraria e in realtà la religione è stata creata prendendo pezzetti da altre figure storiche, automaticamente crollerebbe tutto.

WR: Come è nato il nuovo libro “Cristanaggini” e quale di queste stupidaggini della Chiesa ti ha colpito di più durante il tuo lavoro di ricerca?

Come scrivo nella presentazione del libro, “Cristianaggini” nasce quasi per caso.
In anni di letture, infatti, mi sono imbattuto in tantissime curiosità, bizzarrie, assurdità, luoghi comuni che caratterizzano l’universo cristiano (e soprattutto cattolico).
A un certo punto, quindi, ho pensato di farne un libro, intitolandolo “Cristianaggini”, che sta evidentemente per “stupidaggini cristiane”, anche se non manco di sottolineare il fatto che, purtroppo, spesso queste stupidaggini non sono state prive di ricadute negative.
Basti pensare al business delle reliquie, che in sé sono frodi, quindi stupidaggini, ma hanno garantito alla chiesa enormi introiti sulla pelle di fedeli tenuti nell’ignoranza e nella superstizione. E il fenomeno continua ancora oggi, se pensiamo alle ostensioni della Sindone, al cadavere di Padre Pio o a certe amenità come il titulus crucis o la cintura della madonna, che continuano ad attirare folle di creduloni su cui la chiesa esercita ancora una presa notevole.
Ecco, le reliquie sono forse l’argomento che più mi ha colpito, per il modo in cui da 1.600 anni viene utilizzato per frodare l’ingenuo credente propinandogli “prove” della storicità degli eventi e dei personaggi del Nuovo Testamento.
Ce ne sono comunque altri, ad esempio il concetto cattolico di “malicidio”, secondo cui sopprimere un pagano o un eretico è semplicemente “eliminazione del male”, come indica il termine, e quindi può essere fatto senza problemi.
Oppure il credito che si concede a certi malati visionari passati alla storia come “mistici” e fatti santi.
Ecco, le “cristianaggini” sono davvero tante e per raccoglierle tutte non basterebbe un’enciclopedia, ma nel libro ne offro comunque una significativa selezione, mettendo a disposizione una serie di argomenti la cui lettura possa risultare piacevole, divertente, ma sempre istruttiva. Se il libro andrà bene, non escludo un seguito, magari intitolandolo “Continuavano a chiamarle Cristianaggini”. (risate)

WR: Il discorso di “Malicidio” come dici tu diviene un merito. Questo ravvicina molto al discorso dell’Islam di uccidere i miscredenti?

GV: Infatti, la Guerra Santa non l’ha mica inventata Maometto. Parte dalla età dei Cristiani, poi i Musulmani l’hanno ripresa. Non dobbiampo scandalizzarci tanto di fronte all’Isis o all’estremismo islamico, lo dico cosapevole che potrei attirarmi le ire della gente, ma nel IV secolo, quando il Cristianesimo ottenne l’avallo imperiale, da vittima divenne improvvisamente carnefice. Hanno incominciato a perseguitare chiunque si discostasse dall’ortodossia, hanno incominciato a perseguitare ebrei, pagani. Santi famosi come Agostino, Ambrogio hanno ordinato senz’alcuno scrupolo la distruzione dei templi pagani, sui templi di Mitra hanno fatto costruire le loro chiese. Se non è Guerra Santa questa, ditemi cos’è. Poi si è concretizzata dal X secolo con le crociate, ed è stato il Cristianesimo per primo a portare la Guerra santa all’Islam. L’Islam è ora nelle fase delle Crociate, poichè è venuto fuori 6/7 secoli dopo. Si trovano nella fase delle crociate del Cristianesimo, purtroppo perchè tra l’VII e il XII hanno avuto un’epoca d’oro dal punto di vista scientifico, artistico, archittetonico, matematico, dobbiamo tantissimo a loro. Purtroppo poi è iniziato il declino, oltre che un discorso di potere.

WR: Tratterai nel tuo terzo volume de “La Commedia Divina” anche il rapporto dell’Islam con le donne? Ti pongo questa domanda perchè ho notato che la dedica nel tuo ultimo saggio “Cristianaggini” è incentrata sul femminile. Infatti include oltre a tua moglie, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack e Ipazia, donne forti, scienziate e spesso osteggiate. Qual è il motivo che ti ha portato ad includere queste tre donne nella tua dedica?

GV: Sì, nel volume non potrà mancare un capitolo sulla condizione femminile, poiché questo costituisce uno degli elementi che mi fanno ritenere l’Islam non compatibile con la nostra civiltà odierna. Pensate al modo in cui viene trattata la donna, al suo livello di sottomissione e alla poliginia, dato che un uomo può avere fino a quattro mogli. Sarà sicuramente un elemento che tratterò.
Per quanto riguarda la dedica, Rita Levi Montalcini perché si è sempre dichiarata una libera pensatrice e ha affermato «Sono atea. Non so cosa si intenda per credere in Dio».
Non dimentico inoltre, che nel 2004 la ministra Moratti tentò di eliminare l’insegnamento dell’evoluzione dal sistema scolastico italiano e, quando il mondo scientifico chiese di rivedere quella sciagurata decisione, ella non poté fare a meno di creare una commissione di studio sull’evoluzionismo, mettendo tra i componenti anche la Montalcini. È grazie a lei e a quella commissione se l’anno dopo il ministro ritornò sulla sua decisione, anche se Darwin tornò a essere studiato solo nelle scuole medie e superiori.
Ho poi incluso nella dedica Margherita Hack perché è la non credente per eccellenza.
Ipazia, infine, perché ha pagato con la vita il diffondersi violento della superstizione cristiana e perché rappresenta il più fulgido esempio di libera pensatrice dell’antichità. Ci sono moltissime altre donne che ritengo davvero esemplari, ma ho scelto queste tre e le ho accostate a mia moglie Lucia poiché mi è sembrato doveroso.

WR: Raccontaci una giornata tipo. Come si svolge? Quanto tempo dedichi alla ricerca?

GV: La mia giornata tipo prevede innanzitutto la mia attività di consulente d’impresa, qui a Bolzano.
Il tempo libero inizia praticamente alle 18 e trova massimo spazio nei fine settimana, anche se naturalmente non lo dedico interamente alla ricerca, ma anche alle normali faccende quotidiane, agli affetti e al relax.
Direi che, pur non facendo lo scrittore a tempo pieno (almeno per adesso), riesco a massimizzare il tempo disponibile e a produrre con una certa assiduità.

WR: Complimenti.

GV: Ogni tanto la stanchezza si fa sentire, ma la passione mi spinge a continuare.

WR: E i tuoi colleghi o clienti cosa pensano della tua vita da scrittore?

GV: Ve ne sono alcuni che leggono i miei libri e mi seguono. Devo dire che c’è anche qualcuno orgoglioso di avere un collega che piano piano sta facendo strada nel mondo dell’editoria. Con un cliente si è verificata una situazione molto carina perchè lui è un’appassionato di Mauro Biglino e sfogliando il catalogo della Uno Editori ha visto il mio nome. Siccome si è chiesto se potessi essere io, è andato a vedere la biografia e con sua grande sorpresa ha scoperto che ero davvero io. Così un rapporto di lavoro si è trafsormato in una bella amicizia.

WR: Qual è il gadget papale che non può mancare nella casa di un buon cristiano? Qual è il più assurdo?

GV: Di assurdi ce ne sono parecchi, se andate su Ebay trovate l’elenco delle reliquie come la manna di un santo pugliese o il fazzoletto di Padre Pio, tutto per cifre molto modiche (500/600 euro l’uno).

WR: Sono certificati?

GV: C’è il loro certificato, magari il frammento del fazzoletto di Padre Pio sarà autentico, però il frammento della veste della Maddalena, per quanto certificato mi fa venire qualche dubbio. (risate)
Nella domanda voi mi chiedete quello che non può mancare nella casa di un fedele, ve ne dico uno:
la Misericordina. Non so se la ricordate.
È una scatola che somiglia a quella delle medicine. Sopra c’è scritto “59 granuli intracordiali”. All’interno, una coroncina del rosario e un’immagine di Gesù misericordioso con la scritta “Gesù confido in te” e tanto di foglietto con le indicazioni terapeutiche e la posologia. Una volta questa specie di kit è stato distribuito in piazza San Pietro addirittura durante l’Angelus, se ben ricordo.
Il massimo del cattivo gusto e l’espressione più elevata della manipolabilità del credente medio.

misericordina - cristianaggini -giuseppe verdi -uno editori -white rabbit event

WR: La compreremo sicuramente (risate).
Nel tuo ultimo libro “Cristianaggini” affronti l’argomento prostituzione e vaticano, rivelando che non solo era tollerata, ma addirittura era il core business dei Papi. Clemente VII più che essere ricordato come un grande papa, dovrebbe essere ricordato come il più grande pappone della storia, non solo legalizzò la prostituzione ma addirittura ne pretese la metà dei guadagni per edificare conventi e addirittura la Basilica di San Pietro. Secondo te per quale motivo oggi la dottrina Cattolica condanna la prostituzione? Forse perché non possono più gestirla e trarne profitto?

GV: In teoria la prostituzione è stata sempre condannata dalla chiesa, poiché tutto ciò che rientra nella sfera sessuale è tabù. Guardate che il comandamento ebraico originale diceva “Non commettere adulterio”, i cattolici l’hanno fatto diventare “Non commettere atti impuri”. La prostituzione in linea teorica (tornando al detto “predica bene ma razzola male”) è stata condannata dalla chiesa ma all’epoca era di fatto tollerata perché il principio generale è che tutte le forme di attività sessuale al di fuori del matrimonio sono da considerare peccaminose e, quindi, si riteneva che la prostituzione evitasse mali maggiori come lo stupro, la sodomia e la masturbazione e lo stesso adulterio. Per la serie meglio andare dalla prostituta a sfogare i propri istinti primordiali che commettere adulterio.
In maniera molto più concreta e meno teorica, poi, all’epoca di Sisto IV o Clemente VII, vale a dire il XV secolo, la chiesa era talmente potente e il clero talmente dedito alla vita mondana che quei papi non si fecero alcuno scrupolo di sfruttare il fenomeno per fare cassa.

WR: Quindi da Papi a Papponi

GV: Da Papi a Papponi, esattamente. D’altronde sembra che papa derivi dal greco pappas che significa papà ma richiama anche il termine pappone. C’è un’assonanza quantomeno ironica.
La chiesa ha sempre lucrato in maniera indecorosa e poco evangelica su affari come le reliquie e i pellegrinaggi, perché mai avrebbe dovuto farsi problemi nel ricavare denaro anche dalla prostituzione?
Se oggi non lo fa più, non credo sia dovuto al fatto di non poterne più trarre profitto, quanto perché la morale è cambiata e in fondo è stata sempre la chiesa a doversi mettere al passo con i tempi e non viceversa. Per di più, oggi c’è l’alta finanza, c’è lo IOR e ci sono mille altri business dai quali il Vaticano può trarre profitti altrettanto lauti.

E tra virgolette “puliti”.

WR: Tommaso nel “De Regimine Principum” afferma che: in regime di astinenza dalle donne gli uomini cadono inesorabilmente nell’omosessualità, perciò il principio del male minore suggerisce che si uniscano alle meretrici. E’ forse per questo motivo che tra i prelati è praticata l’omosessualità?

GV: Allora, innanzitutto Tommaso esprimeva un principio legato alla mentalità del suo tempo; non penso, infatti, che l’astinenza dalle donne porti inevitabilmente all’omosessualità, anzi ritengo che raramente possa esserne la causa. Vedete come la visione è sempre molto maschilista. Non ci si poneva mai la domanda relativa all’astinenza di una donna. D’altronde Tommaso sosteneva che la donna era un uomo sbagliato. Qualcosa secondo lui va storto durante il concepimento, le condizioni climatiche per esempio potevano influire. Pensate che è stato ritenuto uno dei più grandi filosofi della storia cristiana.
Non credo che all’origine della diffusa omosessualità tra le fila del clero ci sia l’astinenza dalle donne, tanto più che, oggi come oggi, a mio avviso un sacerdote o un prelato non si farebbe alcuno scrupolo di intrattenere rapporti con l’altro sesso, che si tratti di prostitute o no.
Piuttosto, credo (ma questa è un’idea del tutto personale) che molti giovani entrino in seminario perché consapevoli della propria omosessualità e perché nel diventare prete vedono una via verso la “santità”, intesa come modo per intraprendere una vita “ascetica” che li sottragga non tanto al sesso, ma a quella che comunque loro stessi considerano una sorta di “malattia” o in ogni caso una pratica “sbagliata”, “contro natura”, perché questa è ancora la mentalità corrente.
Purtroppo, poi, lo scontro con la realtà è duro, perché l’unica cosa davvero contro natura, in ambito sessuale, è l’astinenza. Di conseguenza, alcuni (non ho idea in che percentuale) alla fine cedono a quello che è semplicemente il proprio orientamento sessuale, magari convinti che tra le mura di una sagrestia sia più facile tenere tutto nascosto agli occhi del mondo.

WR: Cosa pensi dell’insegnamento della religione nelle scuole e del catechismo? Come scrivi nel tuo saggio “Cristianaggini” lo stipendio degli insegnanti di religione negli ultimi anni è stato addirittura aumentato, nonostante vi siano meno studenti che scelgono di seguire il corso. Come mai?

GV: Premesso che bisogna chiamare le cose con il proprio nome e quindi dire chiaramente che non si tratta dell’ora di religione ma di IRC (Insegnamento Religione Cattolica), sono assolutamente contrario alla presenza di questa materia nelle scuole pubbliche, perché è contro il principio di laicità.
I cattolici si difendono dicendo che è facoltativa. L’impostazione, però, è sbagliata, perché tutt’al più la famiglia dovrebbe poter scegliere se farla e non se non farla. Mi spiego meglio: al momento, la frequenza dell’IRC è prevista di default (per così dire), a meno che la famiglia o lo studente esprima la volontà di non frequentarla; invece, sarebbe più sensato che la famiglia o lo studente esprimessero la volontà di frequentare l’IRC; così sì che sarebbe davvero una materia facoltativa.
Secondo punto. Gli insegnanti vengono individuati dal vescovo dopo aver fatto un corso presso la diocesi, che può anche rimuoverli, ma chi li paga è lo stato italiano, con i soldi di tutti, compresi non credenti e credenti di altre religioni.
Ancora, è prevista la presenza dell’IRC anche se in una classe ci fosse un solo studente ad avvalersene. Quindi un trattamento sicuramente di favore.
In ogni caso, ribadisco, il principio di laicità imporrebbe che nella scuola pubblica non ci fossero insegnamenti religiosi, così come non dovrebbero esserci crocifissi appesi al muro.
Né mi convince la proposta, avanzata anche da alcuni esponenti del clero cattolico, di introdurre un’ora dedicata all’Islam. In questo modo, per realizzare un’ipotetica par condicio, si infrangerebbe ancora di più il principio di laicità. Due belle ore settimanali della cara, vecchia educazione civica sarebbero a mio parere la cosa migliore, visto che ritengo più importante insegnare ai nostri bambini e ragazzi come funziona lo stato e non le parabole di Gesù o le visioni di Maometto.
Il catechismo, invece, viene svolto nelle parrocchie e chi vuole seguirlo lo fa per conformismo ma, comunque, per libera scelta (più o meno). Quindi non mi crea problemi. Alle sole parrocchie, però, dovrebbero essere limitati anche tutte le attività come l’IRC e i crocifissi; insomma, a casa loro facessero quello che vogliono, senza invadere scuole, uffici pubblici e ospedali e senza gravare sui contribuenti.

WR: In “Cristianaggini” scrivi che effettivamente c’è un calo di studenti che seguono l’IRC. Può essere ricondotto solo ad una forte immigrazione da paesi non cattolici? O ci sono effettivamente genitori che prendono posizione e decidono di non fare frequentare al proprio figlio questa materia?

GV: Sono vere tutte e due le cose. Io arrivo dalla Sicilia, e lì la presenza di immigrati nelle scuole è ancora molto limitata. Questa è una cosa che mi ha sorpreso quando sono arrivato a Bolzano dove la presenza di immigrati è molto più alta. In Meridione sono ancora in netta maggioranza studenti italiani e devo dirti che con molta lentezza le richieste di esenzione sono in aumento. Quindi ciò significa che le famiglie stanno prendendo coscienza. Gli aderenti diminuiscono tra gli italiani e indubbiamente la presenza di altri studenti stranieri influisce, qui a Bolzano la presenza islamica è accentuata e questo porta al ridursi delle presenze durante l’ora di religione. La riduzione degli studenti è quindi dovuta a entrambi i fattori. Sicuramente è più accentuato man mano che andiamo verso il Nord.

WR: La maggior presa di coscienza da parte delle famiglie italiane e un minor credo non ha fatto un po’ da argine al discorso dell’Islam? Noi abbiamo da una parte un Islam che arriva con prepotenza e dall’altra ci siamo noi che non abbiamo più un Dio che ci contrappone e ci rende più coesi. Lo vedi come un problema? Potremmo subire una “islamizzazione”?

GV: Non c’è dubbio che molti, anche laici, stiano presentando il cattolicesimo come baluardo contro quest’inizio di “islamismo”. In realtà, l’indebolirsi del cattolicesimo è uno dei fattori che sta facilitando la penetrazione dell’Islam.
Da non credente, non credo in questa funzione del cattolicesimo, in quanto credo nella laicità e non saprei “preferire” un culto come “male minore” rispetto a un altro. Il guaio vero è che rischiamo di cadere dalla padella a una brace ben peggior, perché ci ritroveremmo nuovamente a dover rendere conto a una religione istituita, visto che, come dicono le stime, nel 2050 metà della popolazione europea potrebbe essere di religione islamica. A quel punto si aprirebbero per loro le porte per incominciare a ricoprire ruoli chiave nella società. D’altra parte quello che sta succedendo in Svezia è drammatico. A Stoccolma iniziano a rivendicare l’applicazione della sharia e dei tribunali islamici. Stiamo arrivando alla guerriglia, con interi quartieri in mano loro. Il problema è quindi che l’avanzata dell’Islam ci può portare a ritrovarci sotto il controllo di una nuova religione, ritornando a forme do oppressione di stampo medievale. Ecco ciò che mi preoccupa.

WR: Siccome hai vissuto fino a tre anni fa in Sicilia, hai notato delle differenze a livello di presa di coscienza tra Nord e Sud? Hai potuto affrontare questi argomenti con le persone del sud o sono molto più credenti?

GV: Al Sud l’elemento religioso è ancora molto più preponderante, perciò è difficile un dialogo o avanzare le tue idee, vieni guardato male. Mentre qui, non è che ci sia un grande interesse per lo studio e la ricerca, però come dicevo prima, perlomeno si è raggiunta, ad esempio nella realtà di Bolzano, una grande indifferenza, con una tendenza più per il dubbio, per la non-credenza o addirittura per il confronto. Chi come me è entrato nel mondo dell’editoria, si trova in un ambiente che sicuramente non solo non ti ostacola ma ti favorisce. Al sud, devo dire con tristezza, da siciliano, il divario c’è e si percepisce e se dovessi quantificarlo vi direi che nel nord si è avanti di due o tre decenni.

WR: A cosa stai lavorando in questo momento? Quali sono i tuoi prossimi progetti?

GV: In questo momento lavoro al terzo volume della “Commedia Divina”, dedicato all’Islam, come dicevo poc’anzi.
Per il futuro, ho alcune idee, compreso magari un secondo “Cristianaggini” e un lavoro dedicato esclusivamente al Gesù storico.
Inoltre, come ho anticipato, sempre il prossimo anno dovrebbe vedere la luce un volume sulla pedofilia clericale che stiamo scrivendo a quattro mani con l’amico Francesco Zanardi della Rete L’Abuso.

WR: Giuseppe, che letture ci consigli?

GV: Questo è un elenco basato, naturalmente, su considerazioni, approcci e gusti del tutto personali…

G. Filoramo, La croce e il potere – i cristiani da martiri a persecutori (Laterza)
F. Tommasi, Non c’è Cristo che tenga (Manni)
D. Donnini, Nuove ipotesi su Gesù (Macro)
P. Lapide, La Bibbia tradita (EDB)
P. De Rosa, Vicari di Cristo (Armenia)
Finkelstein, Sulle tracce di Mosè (Carocci)

Credo siano pochi titoli, ma buoni, per chi vuole approcciarsi alla materia nei suoi aspetti fondamentali (Bibbia, Gesù, cristianesimo, papato)
Va da sé che, poi, suggerisco di passare alla mastodontica opera in dieci volumi di Descher e dal suo ideale seguito:

Storia Criminale del Cristianesimo
La politica dei papi nel XX secolo

entrambi editi da Ariele

Per argomenti più specifici, raccomando i due volumi di Laura Fezia editi da Uno:

La fabbrica dei santi
Apparizioni mariane – il grande imbroglio

Infine, sarò banale, ma credo proprio di no, suggerisco di leggere

● La Bibbia
● “La città di Dio” di sant’Agostino
● “Antichità giudaiche” e “Guerra giudaica” di Giuseppe Flavio
● “Contro Celso” di Origene

…e, se si riesce, i vangeli apocrifi, più istruttivi di quanto possa sembrare!

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