PERCHE’ LA DIETA VEGANA PUO’ ESSERE ANCHE ETICA.


#KomePolliInBatteri, #vegan, Alimentazione, Uncategorized / martedì, gennaio 2nd, 2018
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Siamo nel 2017 e lo scontro tra i sostenitori della dieta onnivoro-tradizionale e i sostenitori della dieta vegana sembra sempre di più acuirsi. Al contrario di quanto si possa pensare, il luogo nel quale avviene lo scontro più cruento, non è la cucina, ma sono i social network. Sui social sono nati moltissimi gruppi vegani-vegetariani che danno voce a questa nuova filosofia di vita. Oggigiorno essere vegetariano o vegano non significa seguire solo una dieta, ma anche sposare i dettami eco-friendly e cruelty free.
Essendo vegetariano da circa 20 anni, ho seguito attentamente lo sviluppo e la trasformazione e l’evoluzione della dieta pitagorica.
Dieta pitagorica? Proprio così, la dieta vegana non è un capriccio, o una moda nata negli ultimi anni, Pitagora ne fu il fautore, e in antichità questa dieta, che presupponeva un’evoluzione sia fisica sia spirituale, prese il nome di dieta pitagorica.
Purtroppo come spesso accade nello svilupparsi delle nuove filosofie, religioni e diete, la presunzione dell’essere nel giusto, di possedere una verità, o quella di avere un’etica superiore, sfocia nel più becero estremismo.
Un termine di nuovo conio che rappresenta questa forma di estremismo è il nazi-vegano, del quale Valerio Vassallo ne è il fautore e fiero rappresentante.
Celebre fu l’assalto del gruppo di animalisti del “Meta”, ovvero il “Movimento Etico Tutela Animali,” fondato da Vassallo, contro Giuseppe Cruciani, il conduttore della trasmissione radiofonica “La Zanzara”, al quale seguirono numerose polemiche, interviste ed articoli.
Ed è proprio nell’intervista doppia delle “Iene” che Vassallo si definisce nazi-vegano, ovvero dopo aver affermato che “ se vedo una persona che si mangia un panino, se ho la possibilità ci sputacchio dentro” e quando alla domanda: “se tua madre si potesse salvare solo usando un farmaco testato sugli animali che faresti?”, risponde con “mamma se ti vuoi curare, mi dispiace però non puoi più essere mia madre”.

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Sul fronte opposto i sostenitori della “tradizionale” dieta onnivora si radunano sulla pagina Facebook “Vegano stammi lontano”, pagina nata dall’omonimo blog, che conta circa 146.000 iscritti.
Nella biografia si legge che il blog “nasce nell’autunno 2010 quasi per scherzo, come risposta ironica a una vegana un po’ troppo insistente che ogni giorno cercava di far sentire quello che poi sarebbe diventato “il capo” in colpa, per il suo essere quasi-carnivoro

Lo ammetto, anche io seguo questo blog e ho messo il like alla pagina, perché tra i post che pubblicano, anche se sono spesso discutibili, ci trovo delle perle nazi-vegane davvero esilaranti.

La guerra onnivoro-vegetariana si fa sempre più aspra ed ogni tanto miete anche delle vittime illustri. Celebre il caso della pagina facebook “Famiglia onnivora” che dopo innumerevoli segnalazioni è stata prima chiusa, e poi riaperta, ma tenuta nascosta. I fondatori di codesta pagina sostengono che, “qualcuno (o meglio qualcuna…) sta clonando la nostra pagina e probabilmente anche la nostra pagina di riserva, probabilmente allo scopo di diffamarci o di mandare in giro messaggi insultanti, calunniatori, diffamatori o comunque denigratori ecc.”

Ma è la collaboratrice di Santoro, l’innocente Giulia Innocenzi (perdonatemi il gioco di parole), con la pubblicazione del libro “Tritacarne”, grazie all’utilizzo dei media di cui lei è espressione, che si fa portavoce del pensiero vegano-animalista, rubando la scena anche al miglior Vassallo.

Sono ormai mesi che su facebook viene ripostato ripetutamente dai sostenitori della dieta onnivora, l’articolo scritto dal giornalista Matteo Lenardon, pubblicato su The Vision”, dal titolo “Perchè non c’è nulla di etico nella vita di un vegano”.
L’autore prende spunto da un concetto espresso proprio da Giulia Innocenzi sul suo libro “Tritacarne”:
etica, significa non uccidere gli animali”.

Infatti il giornalista riporta che: “I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.”

E prosegue con un altro esempio: “Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”.

L’obiettivo dell’articolo scritto da Matteo Lenardon parrebbe quello di voler contrastare la presunta eticità della filosofia vegana. Ecco perché la mia scelta di scrivere questo articolo in cui tento di dimostrare che la dieta vegana può essere anche etica, tutto dipende dalle nostre scelte alimentari.

LA DIETA VEGANA NON E’ ETICA?

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Le sue conclusioni sulla presunta eticità della dieta vegana sono le seguenti:

Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre. Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti.”
E continua con:
“Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza…”
Nel XX secolo il problema della tutela della vita animale all’interno della società è arrivato a sollevare un ampio dibattito che, in tutto il mondo, ha coinvolto scienziati, umanisti, giuristi, sociologi e politici. Si è giunti in questo modo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale, proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell’Unesco a Parigi, primo provvedimento internazionale che educa al rispetto di ogni forma di vita. Anche se il Documento non ha alcun valore sul piano giuridico-legislativo, rappresenta una dichiarazione di intenti e un’assunzione di responsabilità ineludibile da parte dell’uomo nei confronti degli animali.
E che l’articolo 1 recita: Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza.
Dopo aver dato per assodato questo concetto, andiamo ad analizzare perché secondo l’articolo, la dieta vegana non ha nulla di etico. Gli ingredienti che vengono presi in considerazione, a quanto pare indispensabili nella dieta di un vegano, sono i seguenti: quinoa, anacardi, mandorle, avocado e soia.
Non ho trovato scritti, nei quali si descrive nel dettaglio la dieta di Pitagora, se non alcuni dettami come non mangiare la carne, e i suoi derivati, il pesce, le fave, l’aglio, e i funghi. L’originaria dieta vegetariana, di cui il filosofo fu il fautore, non prevedeva assolutamente né hamburger di quinoa, né tofu, ma alimenti quali frutta, cereali e verdura e ciò nonostante visse in salute fino all’età di 74 anni.

QUINOA

 

Nel 2017 il consumo di quinoa nel mondo è in costante aumento, dal 2000 ad oggi, il volume delle esportazioni dell’oro degli Incas, verso l’Europa e gli Stati Uniti, sono triplicate. Ma siamo sicuri che l’aumento del consumo di questo falso cereale sia dovuto alla dieta vegana?
La quinoa non è preziosa solo per il suo elevato valore nutritivo, tanto da essere inclusa nella dieta degli astronauti. E’ più ricca di ferro degli spinaci, più proteica della soia, contiene proteine, simili a quelle della carne, del pesce e delle uova, è ricca di fibre, acidi grassi, omega 3 e 6. Purtroppo è priva della vitamina b12 ed è povera di calcio, ma essendo gluten-free, è essenziale nella dieta del celiaco, ed avendo un indice glicemico inferiore a quello del riso, è indicata al consumo pure per i diabetici.
La quinoa essendo povera di grassi, è presente in numerose diete dimagranti senza glutine, quelle proteiche, quelle a zona e nella dieta Dukan, anche la modella Kate Moss ha dichiarato che a colazione ha sostituito i classici cereali con la quinoa.
Visto il dilagare delle diete, l’aumentare dei celiaci, che in 40 anni sono passati dal 10 per mille, all’uno per cento della popolazione mondiale, dubito fortemente che i 128.000 vegani censiti negli Stati Uniti, o lo scarso 1% della popolazione vegana europea, abbiano influito così pesantemente sul consumo della quinoa. Detto questo, dal mio punto di vista, mangerò 2 hamburger di quinoa all’anno, prestando molta attenzione alla provenienza della materia prima.
Fortunatamente la legge prevede per i prodotti Bio un’etichettatura trasparente, che consente la tracciabilità della materia prima utilizzata. Io e la mia compagna utilizziamo solo i prodotti bio che hanno un’origine italiana, o in alternativa un’origine europea.
Chiaramente l’insopportabile problema della malnutrizione dei bambini peruviani rimane, il 19,5%(dati del 2015) di loro soffre di malnutrizione cronica. Ma sarà a causa dell’aumento del valore della quinoa che una parte di questi bambini patisce la fame? Secondo i dati dell’UNICEF nel 2006 era il 25% dei bambini peruviani a soffrire di malnutrizione di cui le cause secondo la FAO sono: crisi economiche, urbanizzazione, deforestazione, desertificazione, la forte crescita della popolazione e il cambiamento degli stili di vita.

ANACARDI

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Nell’articolo si fa riferimento alla maionese vegana, fatta di anacardi:
“I ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa. Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.”

Ma perché il consumo di anacardi non è etico? La produzione di questo frutto è in ascesa, è originario del Brasile, anche se lo si trova selvatico nelle pianure del resto dell’America tropicale.
I maggiori produttori a livello mondiale sono l’india, la Costa D’avorio, il Brasile, la Nigeria, il Mozambico, l’Indonesia, le Filippine e il Vietnam. La non eticità di questo frutto sembra nascere proprio in quest’ultimo paese. Il Vietnam produce il 40% degli anacardi in commercio e ne esporta per il 34,9% negli USA (128.000 vegani), 18,9% in Cina, 11,8% nei Paesi Bassi, ed anche se il volume dell’esportazioni è aumentato in alcuni paesi come l’Australia o gli Emirati Arabi Uniti (noti vegani), il volume d’affari complessivo è diminuito del 26%.
Effettivamente un report redatto nel 2011 da Human Rights Watch definisce gli anacardi vietnamiti come “blood cashew, insanguinati, come i diamanti, il coltan, il cioccolato, il caffè e l’olio di palma.”
Come il giornalista ha ben descritto nel suo articolo “gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. “
Gli anacardi hanno delle proprietà davvero uniche, sono proteici, contengono le vitamine A,B,C,K la quale contribuisce a regolare la coagulazione del sangue. Questo super food ha altre importanti caratteristiche, oltre ad eliminare il colesterolo cattivo, è indicato al consumo per i diabetici perché sé ricco di acido oelico, il quale riduce i trigliceridi alti e ne promuove la salute cardiovascolare.
I diabetici nel mondo sono circa il 10% della popolazione e sono in costante aumento, nel 2010 sono stati censiti 285.000, si prevede che nel 2030 saranno 438.000.
L’anacardio ha anche un’altra peculiarità, nei suoi gusci è contenuta una resina caustica, chiamata “balsamo degli anacardi”, che viene utilizzata dall’industria chimica per produrre vernici e insetticidi.
Quindi siamo sicuri che l’aumento della domanda mondiale di anacardi sia dovuta solo ed esclusivamente alla dieta vegana?
Quanto incide l’anacardio nella vita di un vegano? Purtroppo non ci sono statistiche al riguardo, ma certo è che si possono realizzare alcuni prodotti come, la bevanda vegetale (chiamata erroneamente latte), dei prodotti lavorati simili al formaggio e la maionese sopra citata, ai quali esistono alternative di riso, soia, mandorla.
Fortunatamente per chi non riuscisse a resistere al consumo di anacardio, può acquistare quello provvisto di certificato equo e solidale, che ne garantisce la provenienza e la lavorazione etica.

MANDORLE

Il viaggio nell’universo vegano prosegue verso la California con la coltivazione delle mandorle.

Il giornalista continua:
Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”
“È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni”
Ma per quale motivo non sarebbe etico consumare delle mandorle? Il giornalista espone il singolare caso della California.
Questo stato americano è il più grande produttore ed esportatore di mandorle che opera nel mercato globale, circa l’80% della produzione mondiale avviene in California. Il 70% viene esportato, e la maggior parte verso la Cina (i cinesi sono noti vegani che si mangiano cani, gatti e tutto ciò che respira). L’aumentare del prezzo del valore di mercato delle mandorle, dei pistacchi e delle noci, ha spinto non solo gli agricoltori a cambiare colture, ma anche i fondi speculativi ad investire in questo settore.
La mandorla al contrario di quanto si pensi è ricca di acqua, 4 mandorle contengono più acqua di un cespo d’insalata. Per questo motivo la coltivazione di questo frutto richiede parecchia acqua, si stima che per ottenere una mandorla necessitino circa 4,5 litri di acqua. Per portare a maturazione una noce invece ci vogliono 19 litri di oro blu. Questa coltivazione intensiva di mandorle e noci, oltre ad arricchire i coltivatori e gli apicoltori, che portano le loro api ad impollinare i mandorli e i noccioli (ottimo esempio sinergico), è una delle cause della recente siccità californiana.
La coltivazione di mandorle incide per un 8% sul consumo totale di acqua in California, è il restante 92%?
Una parte viene utilizzata per la produzione energetica, e la California ricava metà dell’energia che utilizza dal carbone e dagli impianti di gas naturale, che consumano molta acqua. Secondo l’American Wind Energy Asoociation, se la California adottasse un sistema di approvvigionamento energetico come quello eolico, risparmierebbe circa 75 miliardi di litri di acqua.
Il 15% viene utilizzata per la produzione di etico fieno che andrà ad alimentare del bestiame. I dati stilati dal Los Angeles Times indicano che per produrre 28 grammi, ripeto grammi e non chilogrammi di carne siano necessari 400 litri di acqua, e che tra i cibi che consumano più risorse idriche si trovino la carne bovina, quella di maiale, lenticchie, piselli, ceci, formaggio di capra, mango e asparagi.
E vogliamo parlare della Nestle? Questa “etica” multinazionale dell’agroalimentare è proprietaria di molteplici brand di acqua minerale, e in California, possiede 5 impianti di imbottigliamento, ed anche se la multinazionale non ha mai presentato dei report di estrazione, si presume che gli stabilimenti consumino circa 1 miliardo di galloni (3.785.511.784 litri) all’anno.
Quindi siamo così sicuri che la siccità californiana sia solo una conseguenza della coltivazione delle mandorle?
Ovviamente il giornalista giustifica l’aumento del consumo della mandorla, dovuto solo ed esclusivamente ad un capriccio vegano, non considerando minimamente gli intolleranti al lattosio. Infatti egli scrive:
“l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme”
Vorrei precisare che le verdure sono un’ottima fonte di calcio, seconda solo ai latticini, e i vegani di verdure ne mangiano più che a sufficienza. Tra i vegetali più ricchi di calcio ci sono gli agretti, la cicoria, la catalogna, le cime di rapa (ottime con le orecchiette), la rucola, la lattuga, i broccoli, il sedano, il finocchio, i cavoli, i porri e la salvia. Il calcio presente nelle verdure è altamente biodisponibile, e nel caso del cavolo è assorbito in percentuali addirittura superiori a quelle del latte.
Queste verdure e i prodotti a base di mandorla sono particolarmente rilevanti nell’alimentazione di persone che sono intolleranti al lattosio. Secondo una ricerca pubblicata dalla F.A.O. nel 2007, l’intolleranza al lattosio è molto diffusa. Si parte dal 4% degli svedesi, passando al 20% dei nord americani,al 40% degli italiani, fino ad arrivare al 92% dei cinesi e al 98% dei giapponesi.
La mandorla è anche largamente utilizzata nell’industria cosmetica, l’olio di mandorle possiede numerose proprietà. Lo si utilizza sulla pelle (ottimo per la varicella, il morbillo e le dermatosi) sul viso, sui capelli e le labbra. Numerosi sono i bagno schiuma e gli shampoo che contengono questo olio.
Siccome i nutrizionisti consigliano un consumo giornaliero di 25 grammi di mandorle, se volete essere eticamente corretti è necessario seguire alcuni accorgimenti, uno di questi riguarda l’acquisto di mandorle italiane. Occorre solo leggere sulle etichette la provenienza.
Purtroppo anche se la nostra produzione ha subito la concorrenza della mandorla californiana,che costa meno ed è di qualità inferiore, l’Italia ne produce 106.000 tonnellate anno, pari al 4.6% della produzione mondiale, ed ogni anno la produzione e la qualità sono in aumento.

AVOCADO

L’analisi sulla non eticità della dieta vegana passa anche attraverso l’avocado, con un esordio da parte del giornalista davvero spettacolare:
“Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica! Certo, c’è chi se la passa peggio Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia.”
Il Messico esporta il 90% della sua produzione di avocadi, nel nord america. La domanda che sorge spontanea è la seguente: questo frutto esotico è davvero così fondamentale per la dieta vegana? Quei 128.000 vegani nord americani sono i responsabili di questa forte esportazione? Io non credo.
Secondo i dati dei produttori e degli esportatori, il mercato dell’avocado è in forte espansione in tutto il mondo globalizzato. Le esportazioni verso Nord America, Europa ed Asia sono in aumento e sempre più nazioni stanno investendo in questo fiorente mercato. Perù, Cile, Guatemala, Colombia, Repubblica Dominicana, Kenya, Sud Africa, Israele, sono già produttori e la Cina ha prodotto il suo primo raccolto nel 2017.
La possibilità di mangiare un avocado etico esiste, basta leggere come sempre la provenienza. Vorrei segnalare che la produzione di questo frutto avviene anche se pur in modesta quantità in Europa. La Spagna è il primo paese europeo per la coltivazione dell’avocado, con una produzione di elevata qualità apprezzata ed esportata in tutta Europa. In Corsica esiste una piccola produzione, ed anche in Sicilia, grazie a dei giovani e visionari produttori si è avviata la produzione di questo esotico frutto.

SOIA

Ed eccoci affrontare l’argomento più spinoso, la soia. Riprendendo le parole del giornalista:
Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.”
L’articolo prosegue con un previsione catastrofica, come risultato della dieta sopracitata:
Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.”

La soia è un alimento apprezzato dai vegani ma non solo, mia madre che è onnivora mi cucinava i germogli di soia, in tempi non sospetti, negli anni 80, e negli anni 90 nacque l’azienda Valsoia.
Chi di noi non ha assaggiato almeno un hamburger Valsoia? Mi ricordo ancora quando mia madre lo presentò in tavola, definendolo hamburger di carne vegetale, era il 1994.
In famiglia non riscosse molto successo, continuammo a preferire il classico hamburger di manzo, magari con un po’ di cipolla e prezzemolo.
Tralasciando i ricordi della mia giovinezza, proviamo ad affrontare seriamente il problema della coltivazione della soia in America latina.
In America latina nella zona che comprende Argentina, Paraguay, est della Bolivia e Brasile, non si coltiva la soia tradizionale, ma la soia transgenica prodotta dalla Monsanto, la famigerata multinazionale recentemente acquisita dalla Bayer.
La tragedia Argentina ha inizio nel 1999 con la grande crisi innescata dal cambio fisso tra pesos argentino e il dollaro americano.
Nel gennaio del 2002, il presidente dell’Argentina Duhalde abbandonò la parità 1 a 1 tra peso e dollaro. In pochissimi giorni il Peso si svalutò, il governo fissò il cambio a 1 Dollaro per 4 Pesos.
Successivamente alla protesta dei risparmiatori, il tasso di cambio fu lasciato fluttuare liberamente.
La conseguenza fu un forte deprezzamento e una forte inflazione, che causò una cancellazione del risparmio, la chiusura di aziende e la crescita incontrollata della disoccupazione.
Nel 2003 gli argentini furono convocati alle urne, da queste uscì un nome: Nestor Kirchner.
Il nuovo presidente e il ministro dell’economia Roberto Lavagna gestirono la crisi. La svalutazione del Peso che al contrario del Peso-dollaro, che era una moneta troppo forte per l’economia argentina, favorì le esportazioni, e l’alto prezzo della soia nei mercati internazionali, spinsero il governo argentino a investire sulla coltivazione di quest’ultima.
La Monsanto fiutò il business e spinse il governo argentino e i suoi contadini ad investire sulla soia ogm e di conseguenza all’utilizzo del glifosato, il famigerato erbicida per cui alla Monsanto è valsa una condanna dal tribunale internazionale dell’Aia, per “ecocidio”.
Secondo i giudici di questo tribunale, la Monsanto è colpevole di aver violato il diritto a vivere in un ambiente sano, al cibo e a uno standard di salute adeguato. Ma l’accusa più pesante è quella di aver distrutto o causato danni ingerenti all’ambiente e agli ecosistemi nei quali vivono diverse comunità, tra cui l’Argentina.
Il reportage “El costo humano de los agrotòxicos” del fotografo argentino Pablo Ernesto Piovano, il documentario, il servizio della Iena Gaetano Pecoraro, “L’erbicida nuoce alla salute del mondo?” ci illustrano perfettamente le conseguenze di questa anti-ecologica coltivazione.

Ma il motivo di questa strage è da addebitarsi alla dieta vegana? La risposta è no!
Il giornalista nel suo articolo scrive una parte della verità:
“Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame”
In sostanza in Sud America non si abbattono più gli alberi della foresta amazzonica (il 28% dell’ossigeno mondiale) per fare spazio ai pascoli, ma si abbatte per fare spazio alle coltivazioni di soia, che diventano mangime animale. E’ vero che il 70% della soia mondiale è destinata al mangime animale, ma è altrettanto vero che il 100% della soia ogm è destinata al solo consumo animale.
La Cina che è una grande consumatrice e produttrice di soia, per soddisfare il suo fabbisogno, ne importa circa l’80%, il quale non viene impiegato dall’industria per produrre latte, tofu ecc, ma viene utilizzato per produrre del mangime animale. Ovviamente il Partito Comunista cinese ha affermato che la soia geneticamente modificata è sicura anche per il consumo umano.
In Europa la situazione è completamente differente, anche se ha del paradossale. Gli ogm non si possono coltivare, non si possono utilizzare per il consumo umano, e i cibi preparati che ne contengono più dell 0,9%, devono segnalarlo in etichetta.
In conclusione per un etico-vegano europeo è praticamente impossibile consumare della soia prodotta in Argentina. Ma sarà cosi anche per un etico-onnivoro italiano?
Ogni anno l’Italia importa 4 milioni di tonnellate di farina di soia destinata a produrre mangimi animali, di cui l’84% geneticamente modificato. Allo stesso tempo importiamo 3 milioni e 350 mila tonnellate peri a 55 kg per ogni italiano di soia ogm prodotta in Argentina, Brasile, Paraguay e Stati Uniti. Alla faccia degli 11 grammi di proteine vegetali derivanti dalla soia che secondo le statistiche, il singolo vegano consumerebbe ogni giorno.
Le normative europee sulla tracciabilità della carne sono blande e lasciano spazio alle interpretazioni. Se l’animale è nato, allevato e macellato nello stesso paese (es Italia) allora si scriverà “origine Italia”. Se l’animale è stato solo allevato in Italia, ma ha un origine diversa, la scritta sull’etichetta sarà “allevato in Italia”. Ovviamente questa etichettatura non si applica alla carne di coniglio, di cavallo, agli insaccati o nei ripieni di ravioli, lasagne ecc.
Quindi non è possibile sapere come è stato alimentato questo animale e la probabilità che i formaggi, lo yogurt, il latte, i salumi, le uova, e la carne che compriamo al supermercato, derivino da animali nutriti a ogm.
Quindi come dice il giornalista:
non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre”
ma mi trovo in disaccordo con la seguente affermazione, espressa dal suddetto:
“Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti.”
La dieta vegana, al contrario di quella onnivora o prettamente carnivora, è una scelta di vita che può essere anche etica. La superiorità non sta nella dieta, ma in chi provando empatia per ogni essere vivente, per gli esseri umani, gli animali, e la madre terra che ci ospita, compie una scelta radicale, difficile ed osteggiata, che nella maggior parte dei casi si va a scontrare con la società del pensiero omologante.
Infatti chi non prova empatia per le altre forme di vita, non può provarla neanche per le persone, e la vita di tutti i giorni c’è lo rammenta.
Richard Stems

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