L’uomo della pietra


#SogniDiBiella, Biellese esoterico / giovedì, settembre 7th, 2017
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Un racconto estratto dalla raccolta di storie brevi di Irene Belloni “Sogni di Biella”, un viaggio tra i misteri e i segreti di una Biella esoterica e magica. Per acquistare il testo cliccate sul link sottostante o contattateci con un messaggio.

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“Nessuna città dovrebbe essere
tanto grande che un uomo
una mattina non possa
uscirne camminando”
Cyril Connolly

 

Tutto cominciò così, quasi per gioco. Non appena la vide, il ricordo della palla da calcio e dei pomeriggi al campetto con i compagni di scuola riaffiorò. Un odore pungente di erba appena tagliata investì di colpo i suoi sensi. Le urla e gli schiamazzi si materializzarono nel parco.
Appoggiando a terra il cappello, socchiuse per un attimo gli occhi, esausto, e, con il capo chino, si rannicchiò su di una panchina dei Giardini Zumaglini, il grande polmone verde di Biella realizzato nel 1876, di impronta vittoriana, dedicato alla memoria di un grande medico filantropo, nativo di Benna, Antonio Maurizio Zumaglini, uno dei più illustri botanici d’Europa. Maestose sequoie e cedri profumati proteggevano Biella, come grandi draghi alati, dalle influenze esterne. Un orso di pietra, simbolo della città, dissetava il passante, con fierezza e passione.
Era da alcuni giorni che nell’osservare la realtà circostante l’uomo provava ogni volta una sensazione strana. Le associazioni con i ricordi vissuti gli sembravano frutto di una mente che non era la sua. Non aveva mai giocato a calcio. Anzi, lo detestava. E allora da chi o da cosa scaturiva quell’immagine che aveva occupato la visione?
Era ferma davanti alla panchina, accanto a lui. Volse lo sguardo verso il viale e la osservò di sbieco. Gli pareva che a poco a poco si stesse avvicinando a lui, ne percepiva il lento rotolio. Appoggiò la guancia sinistra sulle ginocchia e chiuse gli occhi. Rimase per alcuni minuti in ascolto. Un sussurro appena percettibile lo fece oscillare. Aprì prima un occhio e poi l’altro.
Era sera. Di tanto in tanto qualche passante si fermava e lanciava delle monete all’interno del suo cappello. L’uomo alzava la mano e abbozzava un sorriso come segno di ringraziamento, poi inclinava la testa, seguendo i loro passi fino al momento in cui scomparivano dal campo visivo.
La contemplò con sguardo penetrante, avvicinando lentamente la mano destra al cuore. Il battito aumentò all’improvviso. Il respiro divenne affannoso.
Era una sfera. Una sfera di pietra. Aveva un diametro all’incirca di 10 centimetri. Era grigia con alcune venature nere e bianche. Vi erano incastonati dei piccoli quarzi argentei che la facevano risplendere nell’oscurità. La prese in mano e sentì un calore incessante pervadere il proprio corpo. Ad un tratto gli venne in mente una leggenda che suo fratello gli aveva raccontato quando aveva all’incirca 7 anni: la leggenda del popolo delle pietre.
Si narra che gli Esseri-Fulmine abbiano inciso su pietre magiche dei simboli, rappresentanti energie cosmiche, utili agli uomini nel loro cammino. Si ricordava ancora le ultime parole pronunciate dal fratello maggiore:
– Mi raccomando, tieni sempre d’occhio le pietre sul tuo cammino.
– Certo, se non voglio cadere con la faccia a terra, – aveva risposto sghignazzando.
Osservò da vicino la pietra e vide incise sulla superficie due frecce incrociate a formare una X con le punte rivolte verso l’alto:
– « Che cosa significa? » – si chiese tra sé e sé con aria dubbiosa.
Aggrottò le sopracciglia e si passò una mano tra i capelli grigi.
– « Certo, saranno anche utili sul nostro cammino, ma come, visto che non ne conosco il significato simbolico? » – pensò l’uomo, mordendosi nervosamente il labbro superiore.
All’improvviso alzò lo sguardo e vide due passanti rivolgergli un sorriso dopo aver posato delle monete all’interno del cappello. Ricambiò il sorriso e si alzò dalla panchina con un piglio deciso. Posò a terra la sfera di pietra ed incominciò a camminare, calciandola di tanto in tanto. Tutto era iniziato così, quasi per gioco. Memore della partita di calcio alla quale non aveva mai giocato, ma che ora ricordava con nitidezza, l’uomo fissò con insistenza la pietra, cercando di prevedere i suoi movimenti. Si mise a rincorrerla con la stessa foga con cui un bambino si lancia verso la palla durante la ricreazione.
Si diresse verso l’edificio dove un tempo vi era la stazione della tranvia che collegava il centro di Biella al grande santuario mariano di Oropa, un percorso magico immersi nella natura boschiva, costituito da ponti e tornanti che rendevano il viaggio emozionante. Paesaggi intessuti di vasti orizzonti spingevano i passeggeri ad osservare la valle con occhi sgranati. Si fermò davanti all’edificio, noto come l’abitazione del custode, a percepire le voci e i suoni che l’etere aveva custodito, e si scoprì a sentire il fischio della partenza del treno.
A breve la tranvia sarebbe salpata come una nave fantasma avvolta nel mistero, verso mari boschivi di faggi illustri, avvolti da un’imperscrutabile nebbia. Di colpo l’uomo incominciò a correre in direzione di Occhieppo Inferiore, calciando la pietra che rotolava fragorosamente, lasciando impressi i propri sogni nel mondo di sotto.
Aveva corso per alcuni chilometri. Gli pareva di aver attraversato un tempo incalcolabile dai moderni sistemi di misurazione. Era un tempo sconfinato, al di là della percezione umana. Era il tempo dell’infanzia, scevro da regole e costrizioni, dove un’ora di gioco è equiparabile ad un’intera esistenza.
Da poco aveva smesso di correre. Camminava sommessamente con il capo chino. Osservava la pietra indicargli il percorso e provava una profonda sensazione di rilassatezza diffusa. Il rumore della pietra sul terreno sembrava trattenere il suono dell’universo.
Un altro ricordo lo attraversò improvvisamente: si trovava all’interno di una fortezza di un altro tempo, in una delle rue del ricetto di Candelo, accanto a sé uomini e donne con abiti medievali e ceste di prodotti agricoli parlavano una lingua a lui sconosciuta, un volgo antico derivante dal latino. Dalle torri cilindriche, poste agli angoli, uomini di vedetta proteggevano il borgo. Sopra di lui gli spioventi tetti rossi delle case di mattoni spingevano lo sguardo verso l’infinito.
Ai lati le fogne a cielo aperto e i carri trainati da cavalli affaticati, nell’etere le grida di coloro che morirono per salvare un ideale. L’uomo sostava nei pressi di una cantina sociale dove vi era un enorme torchio per la pigiatura delle uve, un profumo di mosto selvatico si spargeva per le vie, sullo sfondo l’ultima savana europea, la Baraggia, risplendeva come oro infuocato all’orizzonte.
Si fermò spaesato sul ciglio della strada, alzò gli occhi al cielo perplesso e rimase a fissare le stelle nel cielo, mentre con un piede faceva roteare la pietra sotto la scarpa. Un altro ricordo aveva preso il sopravvento, aggirandosi come uno spettro invisibile nella mente. Tutto gli era apparso così reale che faticava a comprendere dove si trovasse al momento.
– « Che differenza c’è tra il vedere e il ricordare? » – pensò.
Gli venne in mente repentinamente una frase, o meglio, un concetto letto alcuni anni prima su di un libro:
“LA NOSTRA MENTE POSSIEDE L’ABILITÀ DELLA VISIONE. IL CERVELLO NON RICONOSCE LA DIFFERENZA TRA CIÒ CHE VEDE NELL’AMBIENTE E QUELLO CHE RICORDA PERCHÉ NEI DUE CASI ENTRANO IN GIOCO LE STESSE RETI NEURONALI.”

– «E allora ciò che vediamo è reale oppure è solo frutto del pensiero, dell’immaginazione, di un inconscio collettivo che ci sovrasta?» – domandò l’uomo tra sé e sé, emettendo un profondo sospiro.
Era notte fonda e le strade erano deserte. Ogni tanto passava qualche macchina che illuminava il marciapiede sul quale camminava da ore. La pietra era sempre davanti a lui. A vederlo si sarebbe detto che quel sasso era il suo Sé, forte ed inattaccabile. Si affidava al piccolo amico di pietra come fosse stata la propria coscienza a parlargli e a dirigerlo per le vie della città. Non aveva sonno e non provava il benché minimo segno di stanchezza. Al contrario, si sentiva pieno di energia ed euforico.
Così continuò a camminare, dirigendosi verso Mongrando, seguendo ciò che l’oracolo gli mostrava volta per volta, mentre le visioni di ricordi a lui estranei si succedevano senza sosta nella propria mente. Ogni volta appariva in veste diversa, in luoghi sconosciuti, in tempi lontani. Stava attraversando la storia. Era la storia.
Dopo alcune ore, a furia di camminare sentiva il corpo sempre più pesante, era stremato, senza forze. Era giunto nella zona della Bessa, una riserva naturale che si estendeva per più di 7 chilometri, costellata dai detriti di grandi massi erratici sui quali talvolta comparivano incisioni rupestri in forma di coppella, dove pare venisse raccolta acqua curativa per gli occhi, sangue, o grassi vegetali e animali per creare fuochi visibili.
L’uomo si sedette a terra, esausto e prese in mano la pietra. Una luce rosea rivestì magicamente il manto celeste. Era giunta l’alba. Stava per addormentarsi quando lo attraversò un’ulteriore visione. È all’interno di una caverna, il fuoco illumina le pitture rupestri che ricoprono la parete, in mano ha una pietra dorata su cui ha appena inciso un simbolo, rappresentato da due frecce incrociate a formare una X, con le punte verso l’alto. Al di sotto compaiono dei simboli.
Li osserva minuziosamente in una lunga e fissa cogitazione. Il silenzio estatico nel quale è immerso viene interrotto improvvisamente dall’arrivo di qualcuno. Solleva il capo e vede passare davanti a sé un uomo magro e scarno, vestito di pelli animali, intento a colpire con il piede destro una sfera di pietra. Incredulo ritorna con lo sguardo alla scritta e si rende conto che i simboli rappresentano delle lettere. Così si sofferma su ciascun suono tentando di creare un significante che abbia un senso compiuto. Ve-It-ti. Di colpo tutto torna alla memoria. Quella parola è Victimulae. L’antica civiltà nella zona a sud ovest del Biellese che viveva nel territorio della Bessa ed estraeva oro e metalli preziosi, prima dell’arrivo e del terribile sfruttamento dei Romani a partire dal I secolo a.C.
Dalla caverna un’eco rimbomba con fragore nell’etere. Di colpo l’uomo si sveglia dal sogno con occhi sgranati e trova tra le mani una sfera d’oro.

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